Come dire al capo che sei in dolce attesa. Racconto semi-serio, tratto da una storia vera. Una delle tante.

Per anni hai dimostrato di essere la dipendente che tutti i capi sognano. Hai dato prova di lealtà, abnegazione e rispetto. Hai collezionato una malattia in 5 anni, e l’hai passata sul pc a casa. Non un aumento. Nessun premio. Manco l’ombra di un apprezzamento pubblico.

Nonostante tutti questi punti a tuo favore, resti incinta, e non trovi il coraggio di dirglielo.

Hai trovato un modo spettacolare per comunicarlo a tuo marito/compagno/fidanzato, ma tremi al pensiero di pronunciare davanti a lui le due fatidiche parole :

Sono incinta.

Ci scherziamo su, ma il problema è grave, soprattutto se siamo noi stesse a vederlo come problema.

Quando sono rimasta incinta della mia prima bimba, lavoravo da ormai 5 anni, gomito a gomito col direttore generale. Riusciva a chiamarmi anche 40 volte al giorno, le giornate erano infinite, passate il più delle volte nel suo ufficio, e spesso mi chiamava anche a casa.

Un rapporto lavorativo molto stretto per il quale avrei dovuto avere in cambio comprensione e l’empatia necessaria ad una donna, che stava per affrontare il momento più bello e complicato della sua vita.

Ne ho parlato con le colleghe, abbiamo fatto un training autogeno di gruppo, poi ormai sicura di me (sì, certo, come no) sono andata da lui e l’ho detto: sono incinta.

Lui, si è irrigidito, ha schiarito la voce e dalla sua bocca sono uscite queste parole :

Ma è voluto?

Coooooooosaaaaaaa?

MA È VO-LU-TO? Ho capito bene? Lo stupore, misto a machediavolostaidicendo, mi fa rispondere solo un timido : beh sì.

La sua risposta nascondeva tanto. O forse palesava solamente, quello che è prospettato a noi donne nel mondo del lavoro.

Figli o Carriera?

Spesso si confonde l’impegno lavorativo, quello fatto di correttezza, lavoro duro, sincero e produttivo, con l’impegno orario.

Ripeto da anni ai miei colleghi uomini: il fatto che tu stia in ufficio più ore di me, non vuol dire che tu lavori di più. Significa solo che ottimizzi male il tempo, cosa che invece io faccio egregiamente.

Credo siano pochi i capi che capiscono ciò, ma vi auguro il riscatto che ho avuto io.

A settembre ho chiesto una riduzione di orario. La richiesta è stata fatta al presidente della società dove lavoro, perché il capo, quello del “ma è voluto?” è andato in pensione. Davanti alla mia richiesta, e alla rassicurazione da parte mia che avrei svolto sempre le stesse mansioni con lo stesso impegno, lui mi ha detto “ma ne sono certo, voi donne sapete fare più cose contemporaneamente, e meglio di noi uomini, che siamo limitati”.

Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità.

Quindi coraggio, che le risposte di merda ci attenderanno sempre, ma siamo da millenni pronte più che mai ad affrontarle, a fottercene e a trovare la riscossa.

Violenza è negare una promozione ad una donna. Violenza è non riconoscere il suo lavoro. Violenza è chiedere di scegliere tra figli e carriera.

#sempre25novembre